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Diventare padroncino. Non una scelta per tutti

Pubblicato in Novità e promozioni

Diventare padroncino significa mettersi in proprio: ambizione di molti autotrasportatori, attratti, più che da facili guadagni (che facili non sono mai...), dalla possibilità di gestire dall'A alla Z la propria vita professionale. È un mestiere che, pur con le sue difficoltà, mantiene delle ottime prospettive, se non altro perché in Italia la maggior parte delle merci viaggia su gomma. Ma quali sono i passi necessari da fare? E quali le luci e ombre?

Chi è e cosa fa il padroncino

Partiamo da una semplice definizione: padroncino è un autotrasportatore che consegna merci di varia natura, per conto terzi e che, naturalmente, dispone di un proprio mezzo di trasporto idoneo (non sempre infatti il furgoncino con cui siamo soliti identificare questi professionisti è il veicolo più adatto: dipende dalla tipologia delle merci, dal loro volume, dal loro peso, ecc.).

Sono essenzialmente 2 le possibilità che ha un padroncino per poter lavorare: appoggiarsi ad una ditta consolidata di spedizioni (ad esempio Bartolini), oppure muoversi come ogni libero professionista e promuovere la propria attività, attraverso più canali possibili: social, sito web, pubblicità su riviste specializzate.

Per molti autisti, la prima ipotesi è la più gettonata per una ragione semplicissima: sono le stesse ditte di spedizione a recuperare i clienti e a sbrigare tutta una serie di oneri amministrativi, non sempre facili da gestire. Nulla vieta di farsi le ossa con il supporto di un intermediario per poi passare ad una totale autogestione. Qui non entra in gioco solo l'esperienza, ma anche il carattere della persona. Non tutti amano essere del tutto indipendenti e preferiscono appoggiarsi a chi in qualche modo riesce comunque a garantire il lavoro.

Per altri invece, la propria libertà non ha prezzo e sono disposti ad affrontare non pochi sacrifici pur di mantenerla. Certo in Italia, ma non solo, lo scenario assomiglia sempre più ad una guerra contro i mulini a vento (la concorrenza, non solo nostrana, è molto forte); tuttavia a condizione di disporre di buone capacità organizzative e amministrative; di possedere una solida professionalità; di essere in grado sempre e comunque di soddisfare le aspettative della committenza è una professione che può regalare delle belle soddisfazioni, anche economiche.

I requisiti indispensabili a norma di legge

Qualunque sia la strada che si decide di percorrere, ci sono alcuni requisiti fondamentali che non possono essere elusi. Vediamoli da vicino.

Innanzitutto, oltre al possesso del proprio veicolo, che certamente comporta un investimento non indifferente, bisogna essere dotati di patente C (va da sé che la B è un prerequisito indispensabile).

Dopodiché bisogna ottenere l'attestato di capacità professionale, altrimenti noto come CQC, acronimo per Carta di Qualificazione del Conducente. È un documento importante che abilita l'autotrasportatore all'esercizio della sua professione, reso per altro obbligatorio per legge dal 2009. Come lo si ottiene? Iscrivendosi ad un corso di formazione, organizzato dagli enti competenti o dalle autoscuole abilitate, il cui esito finale sarò un esame della durata di 2 ore (come per la patente B sono tollerati degli errori; in questo caso 6 al massimo). La CQC ha una durata di 5 anni, scaduti i quali sarà necessario ripetere la procedura.

Una volta ottenuta anche la CQC è richiesta l'iscrizione all'Albo degli Autotrasportatori che avviene attraverso la presentazione di un'apposita domanda presso l'Ufficio Motorizzazione Civile del proprio territorio.

A questo punto, in quanto lavoratore autonomo, serve l'apertura della partita IVA nonché l'iscrizione al Registro delle Imprese.

Attenzione: in linea di massima servirà un commercialista per avere sempre sotto controllo la propria posizione fiscale. Occuparsi anche della propria contabilità, oltre a cercarsi clienti e, su tutto, stare alla guida tutto il giorno può realmente diventare insostenibile.

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